La storia della guerra navale durante la Seconda Guerra Mondiale è piena di episodi in cui il coraggio e l’ingegno si sono rivelati più importanti della superiorità numerica o tecnica. Uno di questi episodi è stato l’Impresa di Alessandria. L’operazione condotta dai sommozzatori della Marina Militare Italiana contro la flotta britannica nel dicembre 1941.
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L’operazione
Alla fine del 1941, il teatro delle operazioni nel Mediterraneo era fondamentale sia per i paesi dell’Asse che per gli Alleati. La Gran Bretagna utilizzava attivamente la base navale di Alessandria per controllare il Mediterraneo orientale e garantire i rifornimenti alle truppe in Nord Africa. Per l’Italia, alleata della Germania, questo rappresentava un grave problema strategico: la superiorità della flotta britannica nella regione minacciava le sue operazioni in Libia e in Egitto.
Proprio in queste circostanze, il comando della Marina Militare Italiana elaborò un piano per un attacco segreto alle principali navi britanniche nel porto di Alessandria. A tal fine si pensò di utilizzare il sommergibile Scirè (un sottomarino appositamente attrezzato per il trasporto di siluri speciali, noti come maiali a lenta corsa).
Partecipanti e preparazione
L’operazione fu affidata a sei sommergibilisti, divisi in tre equipaggi:
- Sull’imbarcazione n. 221: il tenente Luigi Durand de la Penne e il sommozzatore capo Emilio Bianchi.
- Sull’imbarcazione n. 222: il capitano Vincenzo Martellotta e il sommozzatore capo Mario Marino.
- Sull’imbarcazione n. 223: il capitano Antonio Marceglia e il sommozzatore capo Spartaco Schergat.
Questi uomini avevano seguito un addestramento speciale che comprendeva immersioni in acque profonde, allenamento fisico e prove di manovra in condizioni difficili. La loro missione richiedeva una resistenza estrema: muoversi sott’acqua a bassa velocità, trasportando cariche esplosive, e piazzarle direttamente sul fondo delle navi nemiche.
Svolgimento dell’operazione
Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941, il sommergibile Scirè si avvicinò al porto di Alessandria. Nel buio, sei uomini su tre imbarcazioni si diressero
verso l’obiettivo. Il loro compito era quello di penetrare nella zona protetta e piazzare mine sulle navi chiave del nemico.
Nonostante i numerosi ostacoli (reti, pattuglie, problemi tecnici), ogni equipaggio riuscì a raggiungere il proprio obiettivo. Lungo il percorso dovettero affrontare correnti, visibilità limitata e stanchezza fisica, ma continuarono ad avanzare.
Luigi Durand de la Penne ed Emilio Bianchi fissarono la carica sotto il corazzato Valiant, Vincenzo Martellotta e Mario Marino sotto la petroliera Sagona e il cacciatorpediniere Jervis, mentre Antonio Marceglia e Spartaco Skergat sotto il corazzato Queen Elizabeth.
Risultati
Poche ore dopo l’installazione delle cariche, potenti esplosioni rimbombarono nel porto. Le corazzate Queen Elizabeth e Valiant subirono gravi danni e furono messe fuori combattimento per lungo tempo. Anche la Sagona e la Jervis furono danneggiate. Le perdite tra i marinai britannici furono minime. Morirono solo otto persone, grazie al calcolo preciso del momento e del luogo dell’esplosione.
Per l’Italia questa operazione fu un grande successo tattico: due potenti corazzate britanniche furono messe fuori combattimento, modificando temporaneamente l’equilibrio delle forze nella regione.
In prigionia
Tutti e sei i partecipanti all’operazione furono fatti prigionieri.
Un episodio particolare riguarda Luigi Durand de la Penne, che fu condotto dal capitano della Valiant danneggiata. Egli non rivelò la posizione della carica per non compromettere la missione e attese tranquillamente l’esplosione a bordo.
Dopo la guerra, questo gesto fu lodato anche dagli ex nemici. Nel 1945, il comandante britannico della nave, il commodoro Morgan, consegnò personalmente a Durand de la Penne la medaglia d’oro al valore militare, sottolineando il suo sangue freddo, la sua tenacia e il suo senso del dovere.
Significato dell’operazione
L’Impresa di Alessandria è diventata una delle operazioni di sabotaggio sottomarino più famose della Seconda Guerra Mondiale. Ha dimostrato che anche con un ritardo tecnologico è possibile ottenere risultati significativi grazie al coraggio e a un approccio non convenzionale.
L’uso dei maiali a lenta corsa ha dimostrato l’efficacia di quest’arma in acque ristrette e protette. Sebbene dal punto di vista strategico l’effetto fu temporaneo, diede all’Italia un tempo prezioso per riorganizzare le proprie forze nel Mediterraneo.
Eredità e memoria
Oggi in Italia l’Impresa di Alessandria è considerata un simbolo dell’eroismo dei combattenti subacquei della Marina Militare Italiana.
- I nomi di Luigi Durand de la Penne, Vincenzo Martellotta e Antonio Marceglia sono incisi per sempre nella storia della marina italiana.
- L’impresa dei partecipanti all’operazione è studiata nelle accademie militari come esempio di brillante pianificazione e coraggio personale.
- Nei musei della Marina Militare Italiana sono esposti reperti legati alla missione: frammenti di equipaggiamento, modelli di maiali a lenta corsa, oggetti personali dei combattenti subacquei
- Ogni anno, nelle basi navali del Paese, si tengono cerimonie commemorative in onore dei partecipanti all’operazione, che hanno compiuto un’impresa quasi impossibile
Il ricordo di questi eventi è fonte di ispirazione per le future generazioni di militari marittimi, ricordando che il coraggio e la determinazione possono cambiare il corso della storia.
Conclusione
La storia dell’Impresa di Alessandria è un promemoria del fatto che il successo in guerra dipende principalmente dalla determinazione delle persone disposte ad andare fino in fondo. Essa testimonia inoltre che anche in condizioni di conflitto è possibile il rispetto tra guerrieri, quando vengono riconosciuti il coraggio e la professionalità.
Udine e tutta la regione Friuli-Venezia Giulia, da cui provengono molti marinai, onorano ancora oggi la memoria di coloro che nel dicembre 1941, rischiando la vita, cambiarono il corso della guerra navale nel Mediterraneo.

